La libertà di movimento è un diritto, non un reato. Nell’ultimo decennio, l’Italia ha fermato migliaia di persone solamente per aver guidato una barca che ha attraversato il Mar mediterraneo: i cosiddetti ‘scafisti’. Il nostro report racconta il loro percorso, dal mare al carcere, analizzando e quindi denunciando la criminalizzazione della migrazione.

Dal mare al carcere

La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti

Un report di ARCI Porco Rosso
e Alarm Phone

con la collaborazione di Borderline Sicilia e borderline-europe

Pubblicazione: 15/10/2021

L’Italia ha passato decenni perseguendo persone che non hanno fatto altro che guidare una barca di migranti verso le sue coste, utilizzando il diritto penale, operazioni di polizia sotto copertura e poteri antimafia di emergenza per rinforzare il regime di frontiera dell’Europa.

Abbiamo parlato con centinaia di persone coinvolte – persone accusate di guidare le barche, ex detenuti, avvocati, ricercatori, attivisti, giudici e membri della Polizia e della Guardia Costiera – e studiato decine di sentenze per illustrare la portata del processo di criminalizzazione della migrazione in Italia.

​Condanne a vita

Le condanne variano dai 2 anni ai 20 anni – a volte anche di più. Dei quasi 1.000 casi che abbiamo potuto studiare, abbiamo trovato 20 persone con pene detentive di oltre 10 anni e 7 persone che hanno ricevuto l’ergastolo.

​Imprigionare i rifugiati

I conducenti di barche provengono da molti paesi, e spesso sono anche migranti e rifugiati. Nel 2018 e 2019, la polizia ha arrestato circa una persona ogni cento migranti arrivati.

Da un esame di quasi mille casi, stimiamo che oltre un terzo degli arrestati provenga dal Nord Africa, il 20% dall’Est Europa e il 20% dall’Africa occidentale. Molti dei cittadini del Nord Africa e dell’Africa occidentale arrestati e imprigionati in Italia sono stati costretti a guidare i barconi dalla Libia, paese da cui fuggivano. Nel caso degli scafisti dell’Est Europa, molti raccontano di essere stati indotti con l’inganno al traffico di persone.

​La criminalizzazione causa morti

L’Italia, l’UE e l’ONU hanno sempre sostenuto che arrestare gli scafisti fosse un modo per combattere il traffico di esseri umani, al fine di prevenire le morti in mare. Ma questo report dimostra che la criminalizzazione degli scafisti ha effettivamente contribuito ad alcuni dei peggiori disastri marittimi della storia recente.

​Il nostro report analizza:

  • I dati ufficiali disponibili sull’arresto e l’incarcerazione dei conducenti di barche
  • quasi 1.000 casi riportati dai media italiani negli ultimi 10 anni
  • come la legge italiana sia stata costantemente modificata negli ultimi 25 anni per criminalizzare e perseguire i conducenti di barche
  • i diversi tipi di conducenti di barche puniti dalla legge, compresi quelli costretti a guidare le barche sotto minaccia e violenza
  • come sono state criminalizzate tutte le rotte marittime verso l’Italia: dall’Egitto, alla Tunisia, all’Algeria, alla Libia, alla Grecia e all’Albania
  • come i conducenti di barche vengono identificati in mare in base a fotografie errate e testimonianze inaffidabili
  • casi giudiziari che non proteggono i diritti degli arrestati, condannando le persone su prove inconsistenti e dando loro poco accesso alla difesa
  • come il sistema carcerario italiano non riesca a proteggere i diritti dei detenuti stranieri e come agli scafisti venga impedito l’accesso agli arresti domiciliari
  • le conseguenze sociali ed economiche per i conducenti di barche dopo l’uscita dal carcere, anche se vengono assolti

​Il nostro report dimostra che:

  • la criminalizzazione dei conducenti di barche di migranti in Italia è aumentata costantemente negli ultimi 25 anni, soprattutto dal 2015.
  • la criminalizzazione degli scafisti non previene le morti in mare, ma contribuisce ai naufragi e ai disastri marittimi
  • le conseguenze dell’arresto come scafista hanno un grave impatto sulla vita delle persone, anche se le accuse vengono ritirate
  • i diritti delle persone imprigionate come scafisti sono trascurati: il contatto con le famiglie è spesso inesistente, non ci sono quasi traduttori nel sistema carcerario italiano e l’accesso a una difesa adeguata non è tutelato.